La raccolta differenziata degli indumenti usati è un gesto semplice per i cittadini, ma dietro ogni conferimento c’è una filiera complessa fatta di mezzi, personale, impianti, selezione, tracciabilità e responsabilità ambientale.
Con l’introduzione della Responsabilità Estesa del Produttore, nota come EPR tessile, l’Europa ha indicato una strada precisa: chi immette prodotti tessili sul mercato dovrà contribuire anche ai costi della loro gestione a fine vita. È un principio fondamentale per rendere più sostenibile il sistema, ma in Italia serve un’attuazione rapida, concreta e aderente ai costi reali del servizio.
Raccolta tessile: un servizio ambientale con costi reali
La raccolta degli abiti usati non è un’attività gratuita. Ogni giorno gli operatori devono garantire svuotamenti, trasporto, manutenzione dei contenitori, gestione degli abbandoni, conferimento presso impianti autorizzati e rispetto della normativa sui rifiuti tessili.
A incidere maggiormente sono i costi del personale, del carburante, della manutenzione dei mezzi e della logistica. Senza un equilibrio economico adeguato, raccoglitori e selezionatori rischiano di non riuscire più a garantire continuità al servizio.
Questo non riguarda solo le imprese del settore. Riguarda anche i Comuni, il decoro urbano, la raccolta differenziata e gli obiettivi di economia circolare richiesti dall’Unione Europea.
Mercati internazionali e valorizzazione del materiale recuperato
Una parte del materiale raccolto, dopo selezione e recupero secondo le normative vigenti, viene destinata ai canali di riutilizzo e rivendita, anche verso mercati esteri. Negli ultimi anni, però, il contesto internazionale ha reso questi mercati più instabili.
Le difficoltà logistiche, l’aumento dei costi di trasporto, le tensioni commerciali e la variabilità della domanda incidono sul valore del tessile recuperato. Quando il ricavo dalla vendita del materiale non copre più i costi della raccolta e della selezione, l’intera filiera entra in sofferenza.
Per questo l’EPR tessile non deve essere considerato solo un adempimento normativo, ma uno strumento necessario per garantire continuità, legalità e sostenibilità economica.
Il ruolo sociale delle cooperative nella raccolta degli indumenti usati
La filiera degli abiti usati non ha solo un valore ambientale. Ha anche un forte impatto sociale.
Molti operatori della raccolta e della selezione sono cooperative sociali che creano occupazione e percorsi di inclusione lavorativa. In queste realtà trovano spazio persone appartenenti alle categorie protette, lavoratori fragili, persone con disabilità, giovani in percorsi di inserimento, ex detenuti e soggetti che attraverso il lavoro possono ricostruire autonomia e dignità.
Sostenere la raccolta tessile significa quindi proteggere anche un modello di economia sociale che unisce tutela ambientale, lavoro e inclusione.
Perché l’EPR tessile deve partire in tempi brevi
L’Europa ha già fissato il principio con la Direttiva (UE) 2025/1892: i produttori devono contribuire ai costi del fine vita dei prodotti tessili. Anche la Commissione europea ha ribadito la necessità di migliorare la circolarità del settore tessile e ridurre gli sprechi.
Ora l’Italia deve tradurre questo principio in regole operative chiare, anche alla luce della consultazione avviata dal MASE sullo schema di decreto nazionale per l’EPR tessile.
Una filiera da proteggere
La raccolta degli indumenti usati è ambiente, lavoro, inclusione e responsabilità verso il territorio. Non può essere lasciata alla sola instabilità del mercato.
L’EPR tessile rappresenta una grande opportunità, ma deve diventare presto uno strumento concreto. Servono regole chiare, tempi certi e contributi proporzionati ai costi effettivi della filiera.
Se vogliamo davvero più riuso, più riciclo e meno rifiuti tessili nell’indifferenziato, dobbiamo sostenere chi ogni giorno rende possibile questo sistema.
La transizione ecologica non si realizza solo con gli obiettivi: si realizza con persone, mezzi, impianti e risorse adeguate.
