Rifiuti tessili: l’EPR è alle porte, ma la filiera della raccolta rischia di non arrivarci

Rifiuti tessili: l’EPR è alle porte, ma la filiera della raccolta rischia di non arrivarci

L’Europa prepara la responsabilità estesa del produttore mentre la crisi del tessile post-consumo sta già ridisegnando la raccolta italiana. Cassonetti rimossi, servizi concentrati nei centri di raccolta, nuovi modelli a chiamata. Ma il rifiuto tessile non scompare insieme al contenitore: se non viene intercettato separatamente, cambia semplicemente destinazione. Il rischio concreto è arrivare all’EPR dopo aver indebolito proprio le imprese, le competenze e le infrastrutture che dovranno renderlo operativo.

I numeri spiegano il problema

6,94 milioni di tonnellate.

È la quantità di rifiuti tessili prodotta nell’Unione europea nel 2022, pari a circa 16 chilogrammi per abitante.

Ma il numero che dovrebbe attirare maggiormente l’attenzione delle istituzioni è un altro: il tasso medio europeo di intercettazione separata dei rifiuti tessili e delle calzature provenienti dalle famiglie era inferiore al 15%.

L’85% dei rifiuti tessili domestici non veniva quindi raccolto separatamente, ma finiva nel rifiuto misto, dove viene gestito come rifiuto residuo e perde la possibilità di essere avviato al riutilizzo o al riciclo.

In termini quantitativi, l’Agenzia europea dell’ambiente stima che nel 2022 11,1 kg di tessili e calzature per abitante non fossero raccolti separatamente, a fronte di una produzione complessiva di rifiuti tessili pari a circa 16 kg per abitante.

Sono numeri che spiegano la direzione intrapresa dall’Europa: aumentare l’intercettazione del tessile post-consumo e costruire una filiera nella quale i produttori contribuiscano economicamente alla gestione del fine vita dei prodotti.

In Italia il percorso verso la Responsabilità Estesa del Produttore – EPR è ormai avviato: il 23 luglio 2026 la Conferenza Unificata ha espresso parere sullo schema di regolamento MASE-MIMIT per l’istituzione del relativo regime per abbigliamento, calzature, accessori, pelletteria e tessili per la casa.

La direzione è dunque chiara: raccogliere separatamente più tessile, non meno.

Ma mentre si costruisce il nuovo sistema, la filiera che dovrà materialmente realizzare questo obiettivo sta attraversando una delle fasi più difficili degli ultimi anni.

Quando il valore dell’abito non paga più il costo della raccolta

Per anni una parte importante della raccolta italiana degli indumenti usati si è sostenuta attraverso un equilibrio particolare: il valore delle frazioni riutilizzabili e recuperabili contribuiva a finanziare contenitori, personale, automezzi, carburante, manutenzione, trasporto e selezione.

Quell’equilibrio oggi non funziona più alle stesse condizioni.

La qualità e la composizione del tessile post-consumo sono cambiate, i costi logistici e di selezione sono aumentati, i mercati internazionali dell’usato sono diventati più complessi e una parte del materiale raccolto presenta un valore insufficiente a compensare i costi necessari per raccoglierlo e gestirlo.

La questione non emerge oggi.

Già il 27 maggio 2026, in un precedente approfondimento dedicato all’EPR tessile, La Fenice Società Cooperativa Sociale aveva richiamato l’attenzione sulla distanza crescente tra i costi reali della raccolta e della selezione e il valore ricavabile dal materiale recuperato, evidenziando la necessità di un sistema EPR capace di riconoscere i costi effettivi della filiera.

A distanza di pochi mesi, il tema è diventato ancora più evidente.

Il 25 settembre 2026, durante l’iniziativa “Impianti Aperti” promossa da Assoambiente presso l’impianto di selezione di Humana People to People Italia a Pregnana Milanese, oltre 60 rappresentanti del settore si sono confrontati proprio sulla sostenibilità economica del tessile post-consumo.

Il messaggio emerso è significativo: non è sufficiente attendere l’EPR mentre la filiera esistente continua a sostenere gli effetti della crisi.

Humana ha sottolineato la necessità di costruire già nella fase attuale modelli economicamente sostenibili; Assoambiente ha richiamato il valore delle competenze e delle infrastrutture che il Paese possiede già.

Anche i numeri dell’impianto Humana aiutano a comprendere cosa significhi concretamente preservare questa infrastruttura: una capacità di trattamento fino a 12.000 tonnellate l’anno e, nel 2025, il 64,5% del materiale selezionato destinato al riutilizzo e il 25,6% al riciclo.

Il punto è quindi semplice:

l’EPR non entrerà in un mercato fermo ad aspettarlo. La filiera deve riuscire ad arrivarci.

Intanto la geografia della raccolta italiana sta cambiando

Gli effetti della crisi sono già visibili sui territori.

A Fiumicino, nel marzo 2025, l’Amministrazione ha avviato il completamento della rimozione dei cassonetti per gli abiti usati presenti sul territorio, prevedendo nella fase transitoria il conferimento presso l’Isola Ecologica di via del Pesce Luna, in attesa della sistemazione dei nuovi contenitori e dell’affidamento del servizio.

A Guidonia Montecelio, nel 2026, il servizio per gli abiti usati è stato riorganizzato attraverso un sistema di raccolta a chiamata o conferimento diretto presso isola ecologica.

Anche Roma ha profondamente modificato il proprio modello. Nel 2025 Roma Capitale ha annunciato la rimozione dei precedenti contenitori gialli collocati su strade e marciapiedi e una nuova organizzazione basata sulla collocazione dei contenitori in “luoghi protetti” come mercati rionali, centri anziani, scuole, parrocchie, centri sportivi, associazioni e sedi istituzionali, affiancata dai Centri di raccolta AMA e dalle iniziative “AMA il tuo quartiere”.

Il cambiamento assume particolare rilievo per una città delle dimensioni della Capitale: una rete stradale estremamente diffusa viene sostituita da un sistema differente, basato su postazioni protette e altri canali di conferimento. Le ragioni complessive che hanno determinato questa trasformazione meritano un approfondimento autonomo. In questa sede interessa soprattutto una domanda, alla quale sarà necessario rispondere attraverso i dati: quanti chilogrammi di tessile riesce a intercettare il nuovo sistema rispetto al precedente?

Esistono però anche gestori che, di fronte alla crisi economica della filiera, hanno seguito una strada differente. È particolarmente significativo il caso di AnconAmbiente S.p.A.

Nel 2025 una procedura per l’affidamento del servizio di raccolta, trasporto e recupero degli indumenti e degli altri manufatti tessili provenienti dalla raccolta differenziata dei Comuni gestiti da AnconAmbiente non ha trovato operatori disponibili alle condizioni inizialmente previste, rendendo necessaria una successiva consultazione del mercato.

Nella documentazione predisposta dalla società viene rappresentato il cambiamento delle condizioni economiche della filiera: la diminuzione del valore del materiale, insieme ai costi necessari per raccolta, selezione e recupero, rende sempre più difficile sostenere il servizio attraverso i soli ricavi ottenuti dalla valorizzazione del tessile raccolto.

Il passaggio è particolarmente significativo perché fotografa il cambiamento economico avvenuto nella filiera: servizi che storicamente potevano sostenersi attraverso il valore del materiale richiedono oggi, in determinate condizioni di mercato, una remunerazione per l’operatore che effettua la raccolta.

Nella successiva procedura AnconAmbiente ha infatti previsto un contributo finanziario complessivo di 200.000 euro, pari a 100.000 euro l’anno per due anni, per un quantitativo stimato di 1.300 tonnellate nel biennio.

Il caso di Ancona è importante proprio perché mostra una possibile risposta alternativa alla semplice riduzione della rete: riconoscere che le condizioni economiche del mercato sono cambiate e intervenire sul modello economico del servizio per preservarne la sostenibilità.

Non significa che questa debba essere necessariamente la soluzione per ogni territorio. Ma dimostra che la crisi della raccolta tessile non può essere affrontata esclusivamente come un problema di collocazione dei contenitori.

Roma, Fiumicino, Guidonia e Ancona mostrano risposte differenti a un settore in trasformazione: in alcuni territori si modifica la presenza delle postazioni, in altri si introducono raccolte a chiamata, in altri ancora si interviene economicamente per cercare di garantire la sostenibilità del servizio.

Il parametro finale, tuttavia, dovrebbe rimanere lo stesso: quanti chilogrammi di tessile vengono effettivamente intercettati separatamente e avviati alla filiera del recupero?

Perché la rete tradizionale della raccolta tessile sta cambiando proprio mentre l’Europa chiede di aumentarne l’intercettazione. Capire quali modelli riescano a coniugare sostenibilità economica e quantità raccolte sarà una delle questioni centrali nella transizione verso l’EPR.

Aprilia: quando è la stessa amministrazione a riconoscere il valore della capillarità

Il caso di Aprilia è particolarmente interessante perché permette di osservare il problema dalla direzione opposta.

Nel 2025, dopo un periodo nel quale i contenitori per gli indumenti usati erano rimasti esclusivamente presso l’Ecocentro comunale di via Portogallo, una deliberazione del Commissario straordinario approvò la possibilità di collocare nuovamente contenitori anche all’esterno del Centro di raccolta.

La motivazione resa pubblica in quella occasione è significativa. L’obiettivo dichiarato era incrementare i quantitativi di EER 20 01 10 ed EER 20 01 11 da avviare a valorizzazione, rilevando che la necessità di raggiungere appositamente l’Ecocentro poteva indurre alcuni cittadini a conferire gli indumenti e gli altri tessili nel rifiuto indifferenziato.

Al di là della successiva evoluzione concreta del servizio, rimane estremamente importante il principio riconosciuto in quella occasione: l’esistenza di un luogo nel quale il cittadino può conferire un rifiuto non coincide necessariamente con la capacità effettiva del sistema di intercettarlo.

Togliere il cassonetto non elimina il rifiuto

È probabilmente questo il punto centrale dell’intera questione.

Una famiglia continuerà a dismettere vestiti, scarpe e altri prodotti tessili indipendentemente dall’esistenza del contenitore stradale. Se utilizzerà un centro comunale, un servizio a chiamata, un punto vendita, una raccolta mobile o un altro canale separato, quel materiale resterà nella filiera del recupero. Se invece la minore accessibilità determinerà il conferimento nel rifiuto residuo, quel chilogrammo di tessile non sarà scomparso. Avrà semplicemente cambiato destinazione.

E continuerà ad avere un costo. Dovrà comunque essere raccolto, trasportato e trattato all’interno del circuito del rifiuto urbano residuo. Il costo della gestione, quindi, non viene necessariamente eliminato. Può essere spostato da una filiera all’altra.

Da una parte si sostiene una raccolta finalizzata a mantenere il tessile separato, selezionarlo e massimizzarne riutilizzo e recupero. Dall’altra si sostengono i costi della raccolta e del trattamento del rifiuto residuo nel quale quel materiale è eventualmente confluito, perdendo al tempo stesso una quota potenzialmente valorizzabile.

Per questo la domanda non dovrebbe essere soltanto:

“Quanto costa mantenere la raccolta differenziata del tessile?”

La domanda completa dovrebbe essere:

“Quanto costa alla collettività gestire lo stesso quantitativo di tessile quando non viene più intercettato separatamente?”

La capillarità va misurata in chilogrammi

Non si tratta di sostenere che il cassonetto stradale sia sempre la soluzione migliore.

Anche quel modello presenta criticità e possono esistere alternative efficienti: raccolta domiciliare, punti presidiati, centri comunali, punti vendita, servizi mobili o sistemi misti. La questione è un’altra: qualunque modello venga scelto deve essere misurato sulla sua capacità effettiva di intercettare il rifiuto.

L’Agenzia europea dell’ambiente rileva che nel 2022 il tasso medio di intercettazione dei tessili e delle calzature provenienti dalle famiglie era inferiore al 15% nell’UE, ma con differenze molto significative tra gli Stati membri.

Il Belgio raggiungeva il 50%, i Paesi Bassi il 38%, il Lussemburgo il 36%, mentre Austria e Repubblica Ceca raggiungevano circa il 30%.

Il messaggio non è quindi “cassonetto sì” o “cassonetto no”. Il messaggio è: misuriamo l’intercettazione.

Se un territorio raccoglieva 300 tonnellate di tessile e, dopo una riorganizzazione, ne intercetta 150, non significa automaticamente che siano state prodotte 150 tonnellate di rifiuti in meno. Occorre capire dove sono finite le altre 150. Possono essere entrate in altri circuiti virtuosi di raccolta e riuso. Ma una parte potrebbe essere confluita nel rifiuto residuo.

Senza questa verifica, una diminuzione della raccolta differenziata rischia di essere interpretata come una riduzione del problema quando potrebbe rappresentare semplicemente una riduzione della capacità di intercettarlo.

Il rischio maggiore: arrivare all’EPR senza i raccoglitori

Ed è qui che la questione diventa industriale oltre che ambientale.

Una filiera non è composta soltanto da norme, contributi ambientali e sistemi collettivi. È composta da imprese, cooperative, lavoratori, automezzi, contenitori, impianti, autorizzazioni, procedure operative, conoscenza dei territori e competenze costruite negli anni. Una rete di raccolta sviluppata nel tempo non può essere smontata oggi immaginando che possa essere ricostruita automaticamente quando saranno disponibili le risorse dell’EPR.

Se durante questa fase transitoria gli operatori riducono l’attività, abbandonano il mercato o perdono mezzi, personale, infrastrutture e competenze, il nuovo sistema potrebbe trovarsi davanti a un paradosso: avere finalmente le risorse economiche per finanziare la raccolta, ma non disporre più della stessa struttura industriale e territoriale necessaria per effettuarla.

A maggio il problema era soprattutto chiedere tempi certi, regole chiare e risorse proporzionate ai costi effettivi della filiera. Oggi occorre aggiungere una domanda: in quali condizioni arriverà la filiera italiana al momento in cui quelle risorse saranno effettivamente disponibili?

L’EPR non può arrivare dopo la filiera

La responsabilità estesa del produttore nasce proprio per superare un modello nel quale la sostenibilità della raccolta e del recupero dei rifiuti tessili dipende in larga misura dal valore commerciale che il materiale riesce ancora a generare.

Ma tra il sistema attuale, che mostra ormai evidenti difficoltà economiche, e il nuovo sistema EPR, che in Italia deve ancora diventare pienamente operativo, esiste una fase di transizione estremamente delicata.

La normativa europea stabilisce che i regimi di responsabilità estesa del produttore per i prodotti tessili, correlati ai tessili e le calzature debbano essere istituiti dagli Stati membri entro il 17 aprile 2028.

L’Italia ha avviato il proprio percorso normativo, ma allo stato attuale il sistema non è ancora operativo a regime. È proprio questo intervallo temporale a rappresentare oggi una delle maggiori criticità.

Il 2028 può sembrare vicino per chi programma una riforma, ma è molto lontano per una filiera che deve sostenere ogni giorno i costi di personale, automezzi, carburante, manutenzione, raccolta, trasporto e selezione.

In assenza di strumenti concreti capaci di garantire la sostenibilità economica di questa fase transitoria, il rischio è che una parte degli operatori riduca progressivamente i servizi, perda mezzi e personale o abbandoni il mercato prima che il nuovo sistema sia effettivamente in grado di sostenerlo. Una filiera costruita in anni di attività può indebolirsi molto più rapidamente di quanto possa essere successivamente ricostruita.

E perdere oggi imprese, lavoratori, mezzi, contenitori, infrastrutture, conoscenza dei territori e competenze operative per doverli ricostruire domani attraverso i contributi EPR rappresenterebbe un evidente paradosso economico e ambientale.

Nel frattempo,  il rifiuto tessile continuerà a essere prodotto. Ridurre una rete di raccolta non significa ridurre automaticamente quel rifiuto.

Se nuovi sistemi riescono a intercettarlo con la stessa efficacia, il modello può cambiare senza compromettere il risultato. Ma se l’intercettazione diminuisce, una parte del materiale rischia di confluire nel rifiuto residuo, continuando comunque a generare costi di raccolta, trasporto e trattamento e perdendo opportunità di riutilizzo e riciclo.

Per questo le amministrazioni possono legittimamente modificare i propri sistemi di raccolta e ricercare soluzioni differenti, ma ogni cambiamento dovrebbe essere accompagnato dalla misurazione dei risultati: quanti chilogrammi venivano intercettati prima, quanti ne vengono raccolti dopo, dove finisce la differenza e quale costo continua a sostenere la collettività per gestirla.

Il problema, quindi, non è soltanto stabilire quando partirà l’EPR, ma comprendere quale filiera troverà quando sarà pienamente operativo. Perché il rifiuto tessile che non intercettiamo non scompare. Cambia filiera, cambia destinazione e continua ad avere un costo. L’EPR nasce per garantire finalmente un finanziamento strutturale alla gestione del fine vita dei prodotti tessili.

La priorità, oggi, dovrebbe essere fare in modo che, quando quelle risorse saranno effettivamente disponibili, esistano ancora gli operatori, le competenze e le infrastrutture necessarie per trasformarle in raccolta, riutilizzo e riciclo reali.

L’EPR deve arrivare alla filiera prima che sia la filiera a non riuscire ad arrivare all’EPR.

Immagine di copertina: elaborazione illustrativa generata con intelligenza artificiale.