C’è un settore essenziale, invisibile ai più, che oggi sta vivendo una crisi profonda. È quello della raccolta differenziata tessile, il primo anello di una filiera che troppo spesso viene raccontata come omogenea e lineare, ma che in realtà è segnata da squilibri enormi. Una filiera che, se non sarà sostenuta con urgenza, rischia di collassare.
Raccolta: un servizio pubblico senza margini
Gli operatori della raccolta sono il volto più vicino ai cittadini. Sono loro che svuotano i contenitori in strada e garantiscono che tonnellate di abiti usati non finiscano nei rifiuti indifferenziati. Ma lo fanno all’interno di un quadro rigido: gare di appalto pubbliche, contratti pluriennali, obblighi stringenti.
Questo significa che, indipendentemente dall’andamento del mercato, la raccolta non può fermarsi. Non ci sono ferie, non ci sono sospensioni: è un servizio pubblico essenziale, al pari della raccolta dei rifiuti urbani.
Il paradosso è che oggi questi operatori lavorano in perdita. Ogni chilo raccolto genera un disavanzo medio che oscilla tra i 15 e i 25 centesimi, cifre che, moltiplicate per le migliaia di tonnellate gestite ogni anno, si traducono in milioni di euro di passivo per l’intero comparto.
Selezione: la libertà dei privati
All’estremo opposto ci sono gli impianti di selezione e recupero. Sono realtà industriali specializzate, cruciali per dare nuova vita ai tessili, ma libere da vincoli pubblici.
Gli impianti acquistano il materiale da chi vogliono, stabiliscono prezzi e quantità, e possono chiudere per ferie o rallentare i conferimenti senza alcuna penalità. Se il mercato internazionale del second hand o quello degli stracci industriali cala, semplicemente abbassano i prezzi di acquisto o sospendono le forniture.
È un modello che consente loro di adattarsi rapidamente alle fluttuazioni del mercato globale. Un lusso che i raccoglitori non hanno.
Un buco normativo che pesa come un macigno
Il nodo è proprio qui: la filiera non è omogenea, eppure viene raccontata come se lo fosse. Da un lato, chi raccoglie è vincolato a contratti pubblici che ignorano la volatilità del mercato tessile. Dall’altro, chi seleziona gode di una libertà economica che consente di scaricare ogni rischio a monte.
Il risultato? I raccoglitori si trovano schiacciati tra due forze contrapposte: amministrazioni pubbliche che spesso pretendono ancora compensi per il servizio, e impianti di selezione che dettano prezzi sempre più bassi.
È uno squilibrio che, a nostro avviso, rappresenta un enorme vuoto normativo: quando si parla di filiera tessile, nessuno sembra considerare queste disparità.
Un grido che non è lo stesso
Oggi i raccoglitori non chiedono margini o privilegi: chiedono semplicemente di sopravvivere. Perché mentre i selezionatori possono modulare la loro attività, chi raccoglie deve garantire un servizio quotidiano e continuativo, da tempo in perdita.
Il grido d’allarme del comparto raccolta, dunque, non è lo stesso dei selezionatori. Sono mondi diversi, con responsabilità e vincoli diversi. Ignorare questa realtà significa condannare al fallimento un settore che regge sulle proprie spalle il primo, indispensabile anello della catena.
