Quando parliamo di economia circolare, pensiamo spesso al riciclo della plastica, della carta o del vetro. Molto meno si parla invece del tessile, che rappresenta una delle frazioni più delicate da gestire. Eppure, ogni anno in Italia si raccolgono circa 160.000 tonnellate di indumenti, scarpe e accessori attraverso i cassonetti stradali e il porta a porta.
Noi che lavoriamo ogni giorno sul fronte della raccolta sappiamo bene quanto questo servizio sia strategico e, allo stesso tempo, quanto sia fragile.
La raccolta degli abiti usati è il primo anello di una filiera che permette di dare nuova vita ai materiali. Senza di essa, parlare di riuso e riciclo sarebbe impossibile. Nonostante questo, i contratti oggi non riconoscono compensi adeguati: chi opera sul territorio si trova costantemente a lavorare in perdita.
Il costo reale della raccolta si colloca tra 0,20 e 0,34 euro al chilo, considerando mezzi, carburante, personale, magazzini e strutture. I ricavi riconosciuti, però, non superano 0,15-0,24 euro al chilo.
Significa che, per ogni tonnellata di tessile recuperato, il gestore accumula un deficit che può arrivare fino a 190 euro. Un divario che rende l’attività insostenibile nel medio-lungo periodo.
A questo si aggiunge un altro problema: gli impianti di selezione e stoccaggio sono ormai al limite. In mancanza di un sistema EPR (Responsabilità Estesa del Produttore), gran parte del tessile resta in deposito, bloccando la logistica e generando costi aggiuntivi. Risultato? Ritardi nei ritiri e, in alcuni casi, l’interruzione stessa del servizio.
Un mercato in crisi globale
La crisi non è solo italiana. Dopo il 2020, il mercato dell’usato tessile ha perso fino al 70% del valore. Le cause?
- la chiusura dei mercati dell’Est Europa dopo il conflitto in Ucraina,
- le restrizioni all’import in diversi Paesi asiatici e africani,
- la bassa qualità media dei capi dovuta al fast fashion,
- i tempi di pagamento sempre più lunghi da parte degli acquirenti nazionali ed esteri.
Tutto questo si traduce in meno entrate per i selezionatori e, di conseguenza, in compensi sempre più bassi per chi raccoglie.
Un altro nodo critico riguarda le gare pubbliche. Le amministrazioni, vincolate da bilanci rigidi e capitolati ormai superati, continuano a bandire procedure che restano spesso senza partecipanti o che si concludono con un unico aggiudicatario a costo zero. Il problema è che non hanno ancora preso reale coscienza della gravità del momento: mentre il settore è in forte sofferenza e molti operatori faticano persino a garantire la continuità del servizio, gli enti pubblici continuano ad aspettarsi dei compensi dagli stessi operatori, come se il quadro economico fosse quello di anni fa. Una visione completamente scollegata dalla realtà.
Dal nostro punto di vista operativo, è chiaro che serva un ripensamento profondo del modello. La raccolta tessile non può reggersi su logiche che ignorano i costi reali e la complessità del servizio. Senza un equilibrio tra spese, ricavi e sostegno di sistema, il rischio è che questa attività diventi insostenibile, mettendo in crisi l’intera filiera e compromettendo gli obiettivi ambientali del Paese.
